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Il volume Giovanni Petucco – Ceramiche è stato curato da Nico Stringa, Stefania Portinari e Nadir Stringa (Canova Editore, 272 pagine, a colori).

Il testo ricostruisce la vita el’intera produzione in ceramica di Giovanni Petucco. Vuole inoltre approfondire i complessi rapporti tra gli artisti di Nove e il contesto storico-sociale, sia locale che internazionale.

 

L’iniziativa, promossa da Gabriella Petucco e Toni Bernardi, che ne ha curato anche l’apparato fotografico, si è avvalsa della consultazione di archivi e di prestiti di collezionisti significativi, a partire da quelli di Giambattista Petucco, ed è stata supportata anche dalla direttrice del Museo delle Ceramiche di Faenza, Claudia Casali, che per l’occasione ha scritto in catalogo come “Petucco ha scelto una cifra stilistica che rammenta certi acuti figurativi matissiani e picassiani, tipici dell’epoca, soprattutto nei suoi esordi, o alcune ieratiche raffigurazioni femminili che richiamano scelte stilistiche del pieno Novecento, e nello specifico di Carlo Carrà o di Massimo Campigli, per poi trovare una sua via personalissima e molto riconoscibile, soprattutto negli interventi dedicati all’arte sacra”, sottolineando come l’artista avesse partecipato nel 1952 proprio al Premio Faenza, ovvero l’importantissimo Concorso Internazionale dell’Arte Ceramica di Faenza.

Lo stesso Nico Stringa, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Ca’ Foscari Venezia, sottolinea come Petucco, che oltre che ceramista è stato pittore per formazione artistica, abbia fornito una originale soluzione alla diatriba sulla preminenza della scultura o della pittura di cui si discuteva in quegli anni proprio perché ha indagato le potenzialità della ceramica partendo dai “limiti della pittura”, attraverso un “percorso rischioso” perché “passare dalla pittura alla ceramica significa, anche negli anni ’40, non essere più pittore e non essere ancora scultore, significa rischiare di essere risucchiati all’interno dell’area dei “decoratori”, di essere annoverati in quel settore ambiguo e di seconda o terza classe delle arti decorative”. Egli ha saputo invece trovare una sua via personalissima, cogliendo quanto di nuovo vi era nell’aria, innestando invenzioni e citazioni, giungendo a creare pezzi notevolissimi e sperimentali come il Pegaso o la Donna tatuata del 1953 ma trovando anche il successo grazie ai suoi tipici vassoi abitati da acrobate e cavallini, quei destrieri che “a volte monumentali e aristocratici, a volte sorridenti e lievemente folli” hanno sempre accompagnato la sua produzione e che, come ha delinato nel volume Stefania Portinari, gli sono valsi l’approvazione della critica e un posto costante alla Biennale di Venezia che annoverava in quegli anni tra i suoi organizzatori e allestitori personaggi del calibro di Rodolfo Pallucchini, Gio Ponti, Franco Albini e Carlo Scarpa.

Lo studio dell’opera di Petucco, condotto tramite la schedatura di oltre centocinquanta pezzi seguita da Stefania Portinari, docente di storia dell’arte contemporanea all’università Ca’ Foscari di Venezia e dallo storico della ceramica Nadir Stringa, è stata dunque anche l’occasione per rivivere la storia di un tessuto produttivo e artistico, qual è stato quello novese e vicentino tra anni cinquanta e sessanta che, in particolare grazie alla presenza della Mostra Nazionale della Ceramica, poi divenuta Salone Internazionale della Ceramica, era davvero ai primi posti per considerazione ed espansione commerciale.

 

Per acquistare il volume al prezzo di 25 euro, spese di spedizione incluse, inviate la richiesta via mail:

giovanni.petucco.doc@gmail.com

Pubblichiamo di seguiro alcuni estratti del catalogo.